A cura di:

Dott. Francesco Iarrera - Responsabile UOL AIDAP Oliveri, Referente Regionale AIDAP SICILIA


 «Come posso aiutarla?» è la prima cosa che un paziente dovrebbe sentire quando si inizia a parlare di terapia per la perdita di peso. E’ una domanda aperta e chiarisce da subito il punto di vista dello specialista sulla relazione d’aiuto: il terapeuta ha bisogno di avere delle informazioni e può ottenerle solo da chi le possiede, il paziente.

Da sola, questa domanda è in grado di scavare un solco di netta demarcazione fra un approccio moderno e centrato sulla persona e quanto proposto dai programmi tradizionali, dove il terapeuta assume il ruolo di protagonista della scena del cambiamento, relegando il paziente a spettatore pagante.

Bisogna immaginare la “modificazione dello stile di vita” come un nuovo mondo da offrire al paziente e questa domanda ne rappresenta la porta d’ingresso: “Come posso aiutarla?”. Fatta questa domanda, la terapia può iniziare.

Inoltre, questo esordio aiuta ad evitare la “trappola dell’etichettamento”, uno degli errori più frequenti fra gli specialisti e che rappresenta un potente ostacolo al dimagrimento.

Ad esempio, se dopo il benvenuto si dicesse al paziente «Bene, vedo che ha un problema di peso, ora valutiamo cosa mangia...», si darebbe per scontato che il motivo dell’incontro sia il dimagrire e che il paziente sia ben disposto a seguire la “retta via”. La pratica svela una realtà diversa e che in situazioni simili ci si espone alla possibilità di avere il terapeuta che sostiene la necessità di ridurre il peso e il paziente che discute riguardo alle difficoltà di poterlo fare. Il rischio è di spingere il paziente ad argomentare dalla parte sbagliata del cambiamento.

T «Dunque, lei è qui per perdere peso, vero?»

P «Sì, ma non tanti chili».

In questo esempio il paziente mostra accordo, ma con una risposta che sminuisce l’importanza della perdita di peso. E noi questo non lo vogliamo: al contrario, desideriamo che il nostro paziente consideri importante la perdita di peso e che lo dica più volte e a voce alta.

Tutto questo nella migliore delle ipotesi che il paziente sia già abbastanza predisposto ad iniziare una terapia. Pensate invece se il paziente fosse in ambulatorio senza esserne realmente convinto e spinto all’incontro dai propri familiari.

T «Dunque, lei vorrebbe perdere peso, giusto?»

P «A dire il vero no, io qua non ci sarei voluto venire, ma mia madre dice che devo dimagrire.»

Questa risposta proprio non fa bene alla motivazione del paziente.

Ogni volta che un paziente esprime frasi e concetti che vanno contro la perdita di peso, il nutrizionista ha fallito il proprio ruolo di aiutante modificatore dello stile di vita ed è frustrante, doversi confrontare con il senso di impotenza che ne deriva.

Un terapeuta esperto di colloquio di motivazione sa come migliorare questa situazione e riportare l’incontro su binari più funzionali. Resta il fatto che questa risposta è come una macchina che va fuori strada e si impantana: può essere tirata fuori, ma ci vogliono metodo, mezzi e tempo, per non parlare del fatto che la macchina potrebbe anche essersi guastata. E questo sarebbe un grosso problema.

Naturalmente, la domanda proposta in apertura non deve essere considerata legge biblica, ma solo uno spunto. Ogni terapeuta deve identificare uno stile e delle frasi vicine alla propria natura, per poter essere genuino alle orecchie del paziente.

«Cosa posso fare per lei?», «Cosa l’ha spinta a chiedere un appuntamento con me?», «Di cosa vorrebbe parlarmi?», sono tutti validi ingressi al mondo del cambiamento.

Una volta aperta questa porta, il paziente potrà rispondere in maniera diversa, in base alle proprie caratteristiche: c’è chi partirà con delle esposizioni fiume e chi proseguirà a tentoni.

In entrambi i casi, il terapeuta dovrà fare ricorso alle strategie e tecniche motivanti per indirizzare l’incontro verso la ricerca di frasi ed espressioni dimagranti.

In poche parole, dovrà iniziare a rovistare all’interno della propria cassetta degli attrezzi alla ricerca dello strumento giusto.

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